venerdì 3 dicembre 2021

LA TRISTE STORIA DI PERPETUA, FEDELE ALL’ AMORE DEL SUO DIO FINO ALLA FINE


Anfiteatro di Cartagine, marzo del 203 d.C.: durante i festeggiamenti del compleanno di Geta, il figlio maggiore dell’imperatore, una giovane donna, Vibia Perpetua, insieme ad altre cinque persone, viene condannata “ad bestias” (vale a dire a essere uccisi straziati dagli animali feroci). Il motivo della condanna era il rifiuto di fare sacrifici all’imperatore: Perpetua e gli altri cinque condannati erano cristiani. 
Nel carcere, in attesa dell’esecuzione, Perpetua scrive un diario. Si tratta di un documento prezioso, per non dire unico. I testi latini di mano femminile sono difatti pochissimi, e nella quasi totalità dei casi non consentono di conoscere pensieri, sentimenti, carattere e scelte di vita di chi li ha scritti. Unica eccezione, le poesie di Sulpicia: vissuta circa due secoli prima, in un altro mondo e in un altro ambiente, e che, come Perpetua, parla di un amore. Nel caso di Sulpicia, per un uomo; nel caso di Perpetua, per il suo dio. Ed è, quello di Perpetua, un amore fortissimo, che la obbliga a scelte molto dolorose, compiute con ferrea, implacabile fermezza. Gli affetti familiari, di fronte a quello per Cristo, non esistono più: invano il padre la prega di piegarsi al potere, per aver salva la vita. Neppure l’amore materno la distoglie dalla sua determinazione: al momento dell’arresto, Perpetua ha da poco partorito un bambino, che teneramente allatta, anche in cella. Mai, per nessuna ragione, rinnegherà l’amore per Cristo. E va verso la morte atroce con una fermezza, una serenità e una dignità che colpisce persino i suoi aguzzini.
Quando la giovane viene introdotta nell’arena, le vengono tolti gli abiti e viene “vestita” soltanto di una rete: l’esposizione del corpo agli sguardi della folla sarebbe stata una pena accessoria per degradarla, additandone pubblicamente l’indegnità. Ma quel giorno di marzo, nell’anfiteatro di Cartagine, la visione del corpo indifeso di Perpetua, con il latte che ancora stillava dal petto, turbò e inorridì gli spettatori al punto da indurre i carnefici a rivestirla. E Perpetua morì fedele al suo grande, unico amore: quello per il suo dio.

Fonte: Eva Cantarella.  Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma]
Roma: capitale d' arte, di bellezza e di cultura


martedì 9 novembre 2021

Caracalla

CARACALLA

Origine del soprannome

L’uomo che divenne imperatore di Roma nel 198 d. C. dopo la morte di Settimio Severo, fu suo figlio Marco Aurelio Antonino Augusto, che si spartì il potere con il fratello Geta, quasi nessuno ricorda questo nome, poiché da secoli egli è noto come Caracalla.

Esso deriva da un capo di abbigliamento.L’Imperatore infatti, era solito indossare la “caracalla”, un ampio e lungo mantello militare dotato di cappuccio proprio delle popolazioni celtiche.

Per Marco Aurelio Antonino divenne un tratto distintivo al punto tale da venire identificato con esso e da rendere un tutt’uno la sua persona e l’indumento che amava di più.

Caracalla fu il primo ad introdurre il mantello dei Galli nell’Impero, lanciando di fatto una moda che si protrasse per secoli.

La fanciulla di 1500 anni

So bene, come sanno gli amici, che è molto facile scadere dall'archeologia alla fantarcheologia. Ma quello che segue ce lo racconta un fior di professionista non abituato certamente a credere a "favolette". Non può testimoniarlo di persona ma riporta scritti e lettere di uomini degni di fede che erano presenti al fatto. Ma non vi voglio tenere ancora in sospeso; leggete quello che ha scritto e riportato il Lanciani in Roma Pagana e Cristiana, Newton&Compton Editori, 2004: ------ 
"Tra le molte scoperte che hanno avuto luogo nei cimiteri che costeggiano la "Regina viarum", quella fatta il 16 aprile del 1485, durante il pontificato di Innocenzo VIII, rimase insuperata. 
Ci sono stati tantissimi resoconti pubblicati dai moderni scrittori su questo evento straordinario, ma può interessare i miei lettori imparare come sono andati i fatti passando in rassegna l’evidenza che emerge dalla loro semplicità originale. Citerò solo testimonianze che ci permettono di accertare cosa è realmente accaduto in quel memorabile giorno. Il caso in sé stesso è talmente unico che non ha bisogno di amplificazioni o dell’aggiunta di dettagli immaginari.  
Consultiamo per primo il diario di Antonio di Vaseli: 
"Oggi, 16 aprile 1485, è arrivata a Roma la notizia che è stato trovato in una fattoria a Santa Maria Nova, nella campagna vicino al Casale Rotondo, un cadavere sepolto un migliaio di anni fa.... I Conservatori di Roma mandarono a Santa Maria Nova una bara di ottima fattura ed un gruppo di uomini per il trasporto del corpo in città. Il corpo è stato esposto nel Palazzo dei Conservatori ed una grossa folla di cittadini e nobiluomini è accorso per vederlo. Il corpo sembra essere ricoperto da una sostanza gelatinosa, un miscuglio di mirra ed altre sostanze oleose, che attraggono sciami di api. Il citato corpo è intatto. I capelli sono lunghi e forti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie sono immacolate, al pari delle unghie. Sembra essere il corpo di una donna, di buona corporatura; la sua testa è coperta da una leggera cuffia intessuta con fili d’oro, molto bella. I denti sono bianchi e perfetti; la carne e la lingua hanno mantenuto il loro colore; se però si toglie la sostanza gelatinosa, la carne si annerisce in meno di un’ora. Si è cercato con attenzione nella tomba in cui è stato trovato il corpo, nella speranza di trovare l’epitaffio con il suo nome; deve essere stato quello di una persona illustre, perché solo una persona nobile e ricca poteva permettersi di essere sepolta in un sarcofago così costoso, ricoperta di preziosi unguenti". 
Da una lettera di messer Daniele da San Sebastiano, datata MCCCCLXXXV (1485):
"Durante gli scavi fatti sulla Via Appia per cercare pietre e marmi, sono state scoperte tre tombe di marmo in questi ultimi giorni, sepolte 3,60 metri sotto terra. Una era di Terenzia Tulliola, figlia di Cicerone; l’altra era priva di epitaffio. Una di loro conteneva il corpo di una giovane, intatto in tutte le sue membra, ricoperto dalla testa ai piedi da una sostanza aromatica, spessa 2,5 cm. Rimuovendo questo rivestimento, che crediamo fosse composto da mirra, incenso, aloe ed altre preziose sostanze, è comparso alla vista un volto, così bello, così affascinante che, sebbene la ragazza fosse morta da almeno 1500 anni, sembrava essere stata deposta proprio quel giorno. La spessa massa di capelli, riunita in uno nodo superiore, secondo l’antico uso, sembrava essere stata appena pettinata. Le palpebre potevano essere sollevata e richiuse; le orecchie ed il naso erano così ben conservati che, dopo essere state deformate leggermente, tornavano immediatamente al loro posto. Esercitando della pressione sulle guance il colore scompariva come in un corpo vivo. Si poteva vedere la lingua tra le labbra rosa; le articolazioni delle mani e dei piedi conservavano ancora la propria elasticità. L’intera Roma, uomini e donne fino al numero di ventimila, visitarono la meraviglia di Santa Maria Nova quel giorno. Mi preme rendervi edotti su questo evento, perché voglio che sappiate quanto gli antichi tenessero a preparare per l’immortalità non solo le loro anime ma anche i loro corpi. Sono certo che se aveste avuto il privilegio di presenziare a questo avvenimento, il vostro piacere sarebbe stato pari allo stupore". 
Da una lettera datata Roma, 16 Aprile del 1485, tra le carte di Schedel nel Codice 716 della Biblioteca di Monaco: 
"Conoscendo la vostra bramosia per le nuove notizie, vi mando quella di una scoperta appena fatta sulla via Appia, cinque miglia fuori dalla porta, in un luogo chiamato Statuario (lo stesso di S. Maria Nova). Alcuni operai intenti a ricercare pietre e marmi hanno scoperto una cassa marmorea di grande bellezza con un corpo femminile all’interno, con uno nodo di capelli dietro la testa, secondo una moda oggi in auge presso gli Ungheresi. Era coperta con una cuffia intessuta d’oro e legata con lacci d’oro. La cuffia e i lacci furono rubati al momento della scoperta insieme ad un anello che la ragazza indossava all’indice della mano sinistra. Gli occhi erano aperti ed il corpo conservava ancora una tale elasticità che la carne si ritirava se premuta, riprendendo immediatamente la forma precedente. Il corpo era estremamente bello; apparentemente era quello di una ragazza di circa 25 anni. Molti la identificano con Tulliola, figlia di Cicerone ed io sono pronto a crederlo perché ho visto, lì vicino, una lapide con il nome di Marco Tullio e perché è noto che Cicerone possedeva dei terreni nelle vicinanze. Ma non importa di chi fosse figlia, era certamente nobile e di famiglia ricca. Il corpo doveva il suo stato di conservazione ad un rivestimento oleoso spesso 5 cm, composto di mirra, balsamo e olio di cedro. La pelle era bianca, soffice e profumata. Le parole non possono descrivere il numero e l’eccitazione delle moltitudini di persone corse ad ammirare questa meraviglia. Per facilitare ciò, i Conservatori acconsentirono a che il corpo venisse trasportato sul Campidoglio. Sembrava quasi che si potesse guadagnare l’indulgenza e la remissione dei peccati salendo sul Colle, tanto grande era la folla, soprattutto di donne, accorsa all’esposizione. 
La cassa marmorea ancora non è stata trasportata in città, ma mi è stato riferito che sopra vi sono incise le seguenti parole:  
’Qui giace Giulia Prisca Seconda. Visse 26 anni ed un mese. Non ha avuto alcuna colpa, se non quella di morire' 
Sembra che inciso sulla stessa cassa sia scolpito anche un altro nome, quello di Claudio Ilaro, morto a 46 anni. Se dobbiamo credere alle voci che corrono, gli scopritori del corpo sono fuggiti portando con sé un grande tesoro".  
Ed ora lasciamo che il lettore guardi questa misteriosa ragazza. Il disegno che vedete rappresenta il suo corpo quando fu esposto nel Palazzo dei Conservatori ed è eseguito sulla base di uno schizzo originale nel Codice n° 1174 di Ashburnham. 
Celio Rodigino, Leandro Alberti, Alessandro di Alessandro e Corona ci forniscono altri interessanti particolari:— 
Gli scavi furono eseguiti dai monaci di Santa Maria Nova (l’odierna S. Francesca Romana) a 5 miglia dalla porta. La tomba si trovava sul lato sinistro, cioè orientale, della strada e si ergeva sopra il livello stradale. Il sarcofago era inserito nei muri di fondazione e il suo coperchio era sigillato con piombo fuso. Appena questo fu aperto i presenti avvertirono un intenso odore di mirra e trementina. Il corpo viene descritto come ben composto all’interno della cassa, con braccia e gambe ancora flessibili. I capelli erano biondi e tenuti insieme da una fascia (infula) intessuta d’oro. Il colore della pelle era del tutto roseo. Gli occhi e la bocca erano parzialmente aperti e se si tirava fuori la lingua con delicatezza, questa tornava al suo posto da sola. Durante i primi tre giorni di esposizione sul Campidoglio questa meravigliosa reliquia non diede alcun segno di decomposizione. Dopo un certo tempo, però, l’azione dell’aria iniziò a farsi sentire e la faccia e le mani diventarono nere. Sembra che la cassa sia stata posta sulla cisterna del Palazzo dei Conservatori per consentire alla folla di visitatori di girarvi intorno e di guardare la meraviglia con più facilità. Celio Rodigino dice che si notarono i primi segni di putrefazione al terzo giorno; egli attribuisce la decomposizione più alla rimozione del rivestimento protettivo che all’azione dell’aria. Alessandro di Alessandro dice che l’unguento che riempiva il fondo della cassa emanava un fresco profumo. 
Questi diversi racconti sono senza dubbio dettati dall’eccitazione del momento, tuttavia concordano tutti su molti dettagli della scoperta: sulla data, sul luogo della scoperta e sulla descrizione del cadavere.
Chi era dunque la ragazza di cui si era tentato di conservare i resti con estrema cura? 
Pomponio Leto, l’archeologo più insigne dell’epoca, espresse l’opinione che poteva trattarsi di Tulliola, figlia di Cicerone, o di Priscilla, moglie di Abascanto, la cui tomba sulla via Appia è descritta da Stazio (Sylv. V. i. 22). Entrambe le ipotesi sono errate. La prima è confutata dal fatto che il corpo era quello di una ragazza molto giovane, mentre sappiamo che Tulliola morì di parto all’età di 32 anni. Inoltre, non c’è alcun documento che provi che Cicerone possedesse una tomba di famiglia al sesto miglio della via Appia. La tomba di Priscilla, moglie di Abascanto, un liberto tenuto in grande considerazione da Domiziano, è ubicata da Stazio vicino al ponte sull’Almo (Fiume Almone, Acquataccio) quattro miglia e mezza più vicino alla porta di fronte alla Cappella del Domine quo vadis dove è stata ritrovata e scavata due volte: la prima nel 1773 da Amaduzzi, la seconda nel 1887, sotto la mia supervisione. L’unico indizio degno di nota è quello fornito dalla lettera di Pehem, oggi alla Biblioteca di Monaco, del 15 aprile, ma anche questo non porta alla soluzione. L’iscrizione che, si disse, citava il nome e l’età della ragazza, è del tutto vera e debitamente registrata nel "Corpus Inscriptionum", al n 20.634. 
E’ quella che segue:- 
D • M
IVLIA • L • L • PRISCA
VIX • ANN • XXVI • M • I • D • I •
Q • CLODIVS • HILARVS
VIX • ANN • XXXXVI
NIHIL • VNQVAM • PECCAVIT
NISI • QVOD • MORTVA • EST
 "Agli dei degli inferi. [qui giace] Giulia Prisca, liberta di Lucio Giulio, che visse 26 anni,un mese e un giorno; [e anche] Q. Clodio Ilaro, che visse 46 anni. Ella non commise nulla di sbagliato, eccetto morire". 
 Pehem, Malaguy, Fantaguzzi, Waelscapple e tutti gli altri affermano all’unisono che l’iscrizione fu trovata insieme al corpo il 16 aprile del 1485, ma sono tutti in errore. Era stata vista e copiata, almeno 22 anni prima, da Felice Feliciano di Verona, e può essere trovata nella collezione manoscritta di antichi epitaffi che egli dedicò ad Andrea Mantegna nel 1463. 
Il numero di iscrizioni spurie connesse arbitrariamente all’episodio del ritrovamento è notevole. Giorgio di Spalato (1484-1545) fornisce la seguente versione di quella appena riportata nei suoi diari manoscritti, oggi a Weimar: 
"Qui giace la mia unica figlia Tulliola, che non ha commesso alcun danno, eccetto morire. Marco Tullio Cicerone, il suo infelice padre, ha eretto questo memoriale" 
La povera ragazza, il cui nome e la cui condizione sociale non si conosceranno mai ed il cui corpo era sfuggito così miracolosamente alla distruzione per 1.200 anni, fu trattato in maniera ignominiosa dai suoi scopritori del 1485. Ci sono due versioni sulla sua ultima sorte. Secondo la prima, Papa Innocenzo VIII, per porre un freno all’eccitazione ed alle superstizioni dei cittadini, costrinse i Conservatori a trasportare di notte il corpo fuori dalla Porta Salaria ed a seppellirlo in gran segreto ai piedi delle mura della città. L’altra versione dice che fu gettata nel Tevere. Entrambe le ipotesi hanno lo stesso grado di probabilità. 
Com’è diverso il comportamento che abbiamo oggi di fronte a tali scoperte!"
C'è da aggiungere che questi riportati dal Lanciani non sono gli unici resoconti dell'accaduto, anzi ne esistono molti altri, qualcuno più fantasioso qualcun altro in linea con quelli citati. Lo stesso Lanciani mi sembra sbalordito ma propenda per ritenere vera la cosa anche se non azzarda alcuna spiegazione. E voi cosa ne pensate?

Fonte: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.810695279051109&type=3

martedì 2 novembre 2021

SUL PERCHÈ GLI ITALIANI SONO ROMANI

SUL PERCHÈ GLI ITALIANI SONO ROMANI

Gli Italiani sono Romani per il semplice motivo che, molto probabilmente, senza Roma nè l'Italia nè gli Italiani sarebbero mai esistiti come Nazione e come popolo.
Intanto diciamo subito che l'Italia nasce dalla Guerra Italica combattuta dagli Italici contro Roma per ottenere la Cittadinana Romana che verrà estesa a tutta la Penisola fino al Rubicone... poi Ottaviano Augusto la estenderà fino alle Alpi dando vita all'Italia che ancora vediamo.
Ma molti dei popoli preistorici d,'Italia sarebbero probabilmente scomparsi senza Roma o comunque sarebbero stati sottomessi da popolazioni straniere che avrebbero quasi completamente occupato i territori che costituiscono oggi l'Italia come del resto accadrà mille anni dopo a seguito della caduta di Roma...
Pensiamo ai Cartagunesi che occupavano già buona parte della Sicilia Occidenrale e della Sardegna, agli Elleni che si erano insediati saldanenre lungo tutte le coste del Meridione e della Sicilia Orientale ed ai Celti che avevano già cacciato i Liguri e gli Etruschi dalla Pianura Padana calando verso sud fino al Piceno e giungendo lungo il corso del Tevere addirittura a saccheggiare Roma con i Galli Senoni di Brenno.
Fu Roma che ,alleata con gli Italici e parte degli Etruschi, riuscì a fermare l'avanzata di queste genti straniere liberando i territori da esse occupati in modo particolare con le Guerre Puniche.
Gli Italiani sono Romani per il semplice motivo che senza Roma non sarebbero mai esistiti come probabilmente senza Roma non ci sarebbe stato nessun Risorgimento...
Ed oggi più che mai solo compattandosi attorno alla Civiltà della Roma Repubblicana possono sperare di sconfiggere la barbarie che li sta soffocando...
Fonte: https://m.facebook.com/groups/294955221142611/permalink/887929351845192/

mercoledì 27 ottobre 2021

La danzatrice di Aquileia

Secondo la Treccani, l'ironia può avere lo scopo di deridere scherzosamente o anche in modo offensivo, di rimproverare bonariamente, di correggere, e può essere anche una constatazione dolorosa dei fatti, di una situazione; ci può essere perciò un’ironia bonaria, lieve, fine, sottile, arguta, faceta, o anche amara, fredda, beffarda, pungente, crudele.
Ma stamani mi sono imbattuto in un tipo di ironia che non conoscevo: una battuta, in occasione di una morte, battuta che non aveva alcuna intenzione di deridere, sia pure scherzosamente, la persona morta. Mi è parso un modo di accomiatarsi da un'amica, di dare un buffetto sulla guancia e di ricordare amorevolmente le capacità di quella persona esperta, in vita, di battute scherzose. 
E, allora, vi racconterò della mima Bassilla.
Dagli antichi autori sappiamo che il genere artistico del mimo comprendeva oltre alla recitazione (non sempre su testi, ma dando spazio all’improvvisazione) anche la musica e la danza, e che a chi interpretava il ruolo di attore o di attrice era richiesta una notevole gestualità facciale e corporea, in quanto recitava da muto, privo di quella maschera che, com’è noto, amplificava la voce.
Cosa si rappresentava? Per lo più scene di vita quotidiana con effetti grotteschi e di crudo realismo, o parodie di generi letterari più elevati. Un tipo di spettacolo che, se riusciva altamente gradito al popolo, non sempre raccoglieva i consensi di un pubblico più raffinato; tanto più che le mimae si attiravano anche l’accusa di essere di facili costumi.
Ma ecco la stele ha che attirato la mia attenzione: datata ai primi decenni del III secolo d. C. appartiene a Bassilla, mima e danzatrice di provenienza orientale, che viene ricordata da un’epigrafe in lingua greca dedicatale dall’archimimo e dai colleghi della compagnia teatrale dopo la sua morte, avvenuta nel teatro aquileiese nella prima metà del III secolo d.C..
L’epigrafe fa cenno alle sue abilità artistiche, esibite nei teatri di molte città tra cui Aquileia, abilità grazie alle quali si era meritata il titolo di “decima Musa”.
Il suo busto-ritratto scolpito a rilievo in un medaglione ovale la mostra con una pettinatura “ad elmo” tipica dell’epoca dei Severi e indossante chitone e peplo, da cui fuoriesce la mano destra con l’indice e il medio tesi nel gesto oratorio. 
Ed ecco il testo dell'epigrafe:

"Il bravissimo attore Eraclide donò questo monumento
a colei che in passato, in molti luoghi e in molte città, colse
sulla scena scroscianti applausi per il versatile talento nel
recitare e nel danzare,
e fu valentissima e squisita nel mimo,
a colei che spesso sulle scene morì, 
ma mai come questa volta:
alla mima Bassilla, decima Musa. 
Anche da morta essa ottenne un onore 
uguale a quello che godeva da viva 
poiché il suo corpo riposa in un suolo sacro alle Muse. 
I tuoi colleghi ti dicono:
"Stai di buon animo, Bassilla, nessuno è immortale!"

Per chi avesse interesse ad approfondire il tema degli spettacoli scenici in età tardoantica, consiglio vivamente il link sotto indicato.

https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fedizionicafoscari.unive.it%2Fmedia%2Fpdf%2Fbooks%2F978-88-6969-390-8%2F978-88-6969-390-8-ch-16.pdf&psig=AOvVaw0JPls9QOZzc9YGDLqpet2V&ust=1635057026048000&source=images&cd=vfe&ved=0CAgQjRxqFwoTCJjpmZf03_MCFQAAAAAdAAAAABBP

Fonte: https://www.facebook.com/francottaviani.72

lunedì 13 settembre 2021

DRUSO MINORE 14 SETTEMBRE 23 d.C.

DRUSO MINORE 14 SETTEMBRE 23 d.C.
La brama di potere del prefetto del pretorio Lucio Elio Seiano lo portò ad avere una posizione preminente nella politica fatta di intrighi, il fine di queste trame era quello di essere designato erede dell'impero. Il potere di prefetto del pretorio divenne smisurato quando ebbe il comando di tutte le coorti presenti a Roma e nominando lui stesso i centurioni e i tribuni. Tuttavia la famiglia imperiale era ricca di possibili eredi e Druso minore era il successore diretto, c'erano poi i suoi due gemelli e i tre figli di Germanico, i quali ostacolavano l'ambizione del prefetto. Seiano decise quindi di iniziare con l'eliminazione del rivale più pericoloso: Druso. Questo odio reciproco con il figlio del Principe era alimentato anche da una recente disputa durante la quale Druso, dal temperamento impulsivo, aveva alzato i pugni contro Seiano e lo aveva colpito con uno schiaffo. Seiano, decise quindi di colpire Druso attraverso la moglie Livilla che fingendosene perdutamente innamorato, la portò all'adulterio e la mise contro il marito. Seiano riuscì inoltre ad avvicinarsi sempre di più a Tiberio, diventando il suo consigliere personale, e Druso si lamentava spesso della cosa col padre; inoltre ogni pensiero e confidenza dell'erede venivano diffusi dalla moglie, ormai caduta nel disonore. Seiano scelse di avvelenare Druso attraverso un veleno che avesse un effetto lento, in modo che sembrasse un malattia. Il veleno fu somministrato dal liberto Ligdo, uno degli schiavi preferiti di Druso, Druso morì il 14 settembre del 23 d.C. 
Cosi narra,Tacito, l'assassinio per avvelenamento di Druso Minore. 

Seiano, dunque, pensando che fosse il caso di affrettare l'attuazione del suo piano, scelse un veleno che, insinuandosi a poco a poco, desse l'apparenza di una malattia casuale. Come si seppe otto anni più tardi, il veleno fu propinato a Druso dall'eunuco Ligdo. Comunque, sia che non avesse timore di nulla, sia che volesse mostrare la fortezza dell'animo suo, Tiberio andò in Senato per tutti i giorni in cui durò la malattia e vi andò anche quando Druso era già morto, ma non ancora sepolto.

Igitur Seianus maturandum ratus deligit venenum, quo paulatim inrepente fortuitus morbus adsimularetur. id Druso datum per Lygdum spadonem, ut octo post annos cognitum est. ceterum Tiberius per omnes valitudinis eius dies, nullo metu an ut firmitudinem animi ostentaret, etiam defuncto necdum sepulto, curiam ingressus est.

Tacito, Annale, lib. IV, 8, 1-2.
Immagine: Busto di Druso, Museo del Louvre.