domenica 10 novembre 2024

UN AGRICOLA CARSULANO

UN AGRICOLA CARSULANO

Nel municipio di Carsulae facciamo oggi conoscenza con Gaio Tifano Agricola, di cui ci sono pervenute ben 4 iscrizioni corrispondenti a 4 basi onorarie (dunque, gli avevano dedicato 4 statue!!). Vediamo qui la prima:

Abenti(:Habenti). 
C(aio) Tifano Agricolae, 
aedil(i), IIIIviro(:quattuorviro), 
populus Cars(ulanorum) ex ae=
re conlato; cuius <dedicatione>
dedit dec(urionibus) cenam et 
sportul(as), popul(o) clust(rum)(:crustulum) et
mulsum et ((denarios)) V seviris,
iuvenib(us) colleg(iatis?), ((denarium)) I mulie= 
ribus, matron(is) et libertin(is) aere s(uo). 
L(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum).

Al possessore (di cavallo pubblico) = cavaliere
Caio Tifano Agricola,
edile, quattuorviro,
(dedica) il popolo dei Carsulani
che ha raccolto i fondi; alla sua dedica
offrì una cena e donativi ai decurioni,
al popolo biscotti e 
vino, 5 denari a testa ai seviri (Augustali)
(e) ai giovani del collegio, un denario alle don=
ne, alle matrone e ai liberti, di tasca sua. 
Spazio assegnato per decreto dei decurioni. 

Questa base di statua è la prima delle tre che si trovano presso una cisterna ora impiegata come deposito; le loro epigrafi sono parzialmente leggibili per i muschi e licheni che le hanno aggredite, ma fortunatamente sono state trascritte e studiate. 

Alcune curiosità: 
- I cavalieri venivano designati come “possessore” (habens), lasciando sottinteso il cavallo pubblico posseduto.
- le magistrature locali dei municipi ricalcavano in parte quelle di Roma; il nostro personaggio era edile, nonché “quattuorviro”: questa carica di governo della città in età flavia sostituì la precedente carica dei “duoviri”, attestata nella prima parte del I secolo.
- i decurioni costituivano il senato locale; si nota che esistevano dei collegi (sacerdotale quello dei seviri Augustali, e inoltre quello dei giovani) 
- la “grafica” dell’iscrizione è molto particolare e meriterebbe uno studio approfondito: vi sono lettere di dimensioni differenti e soluzioni grafiche originali, frutto di una certa creatività ed eleganza, nonché la sigla di “denario”, una X con trattino.

Fonte: https://www.facebook.com/profile.php?id=100060080378952

domenica 4 agosto 2024

Battaglia di Canne: il destino delle legioni cannensi

Battaglia di Canne: il destino delle legioni cannensi: I Legionari maledetti sono i sopravvissuti alla Battaglia di Canne. Il riscatto delle legioni cannensi, dal disonore a Zama al comando di Scipione l'Africano.

venerdì 7 giugno 2024

I SIGNIFICATI NASCOSTI DEL CIRCO MASSIMO


Ogni cosa all'interno del Circo Massimo avevano la sua funzione, anche e soprattutto sacrale.

Ad esempio, la curva sud-orientale della pista del Circo Massimo si snodava tra due antichi santuari, vestigia di un tempo arcaico anteriore allo sviluppo formale del celebre Circo.

Sul confine esterno della curva, eretto in onore della dea eponima della valle, sorgeva il santuario di Murcia. Questa divinità, poco nota, si legava alla dea Venere, all'arbusto di mirto, a una sorgente sacra, al ruscello che attraversava la valle e alla cima minore del Colle Aventino. All'interno della stessa curva, un altro santuario, sotterraneo e nascosto, era dedicato a Conso, un dio minore dei depositi di grano, connesso alla dea Cerere e all'oltretomba.

La tradizione narra che Romolo stesso scoprì questo luogo sacro poco dopo la fondazione di Roma, creando la festa dei Consualia per radunare i vicini Sabini. Durante le celebrazioni, che includevano corse di cavalli e abbondanti bevute, gli uomini di Romolo rapirono le donne sabine, dando origine al famoso mito del Ratto delle Sabine.

La larghezza della pista era probabilmente determinata dalla distanza tra i santuari di Murcia e Conso all'estremità sud-orientale, mentre la lunghezza si misurava dalla distanza tra questi due santuari e l'Ara Maxima di Ercole, che si dice fosse più antica della stessa Roma e situata dietro il punto di partenza del Circo.

La posizione del santuario di Conso alla curva della pista richiamava i santuari dedicati a Poseidone negli ippodromi greci. Con il passare del tempo, l'altare di Conso, quale uno degli dei patroni del Circo, fu incorporato nella struttura della curva sud-orientale. Il ruscello di Murcia, parzialmente coperto per formare una barriera divisoria tra i giri di boa, mantenne o ricostruì il suo santuario. Nel tardo periodo imperiale, sia la curva sud-orientale sia il circo stesso erano talvolta noti come Vallis Murcia.

I simboli utilizzati per contare i giri delle corse avevano un significato religioso. Castore e Polluce, nati da un uovo, erano patroni dei cavalli e dei cavalieri. L'uso successivo dei contatori di giri a forma di delfino rafforzava le associazioni tra le corse, la velocità e Nettuno, dio dei terremoti e dei cavalli; i Romani credevano che i delfini fossero le creature più veloci di tutte. Quando i Romani adottarono la Grande Madre frigia come divinità ancestrale, una sua statua a cavallo di un leone fu eretta all'interno del circo, probabilmente sulla barriera divisoria.

I culti del Sole e della Luna erano rappresentati al Circo sin dalle sue prime fasi. Nell'era imperiale, il dio del Sole divenne il patrono divino del Circo e dei suoi giochi. Il suo sacro obelisco torreggiava sull'arena, situato nella barriera centrale, vicino al suo tempio e alla linea del traguardo. Egli era l'ultimo auriga vittorioso, guidando il suo carro a quattro cavalli attraverso il circuito celeste dall'alba al tramonto. La sua compagna Luna guidava il suo carro a due cavalli; insieme rappresentavano il movimento prevedibile e ordinato del cosmo e il circuito del tempo, analoghi alla pista del Circo.

Il tempio di Luna, probabilmente costruito molto prima di quello di Apollo, bruciò nel Grande Incendio del 64 d.C. e non fu mai sostituito. Il suo culto era strettamente identificato con quello di Diana, che sembra essere stata rappresentata nelle processioni che aprivano i giochi del Circo, e con Sol Indiges, solitamente identificato come suo fratello. Dopo la perdita del suo tempio, il suo culto potrebbe essere stato trasferito al tempio di Sol sulla barriera divisoria, o a uno accanto ad esso; entrambi erano aperti al cielo.

FONTI
Roller, Lynn Emrich, In Search of God the Mother: The Cult of Anatolian Cybele, University of California Press
Humphrey, John H. (1986). Roman Circuses: Arenas for Chariot Racing


mercoledì 3 aprile 2024

MARCO LICINIO CRASSO

𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔: 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗺𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗥𝗲𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮, 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗖𝗿𝗮𝘀𝘀𝗼

Marco Licinio Crasso è il tipico caso di chi nasce con la camicia. Certo, ai tempi dell’antica Roma si portavano quegli assurdi togoni che nei rigidi inverni dell’epoca là sotto stavi sempre bello fresco, ma ci siamo capiti.

Il padre Publio Licinio Crasso Dive è ricco di suo e pure console nel 97 prima dell’era comune, lui è di bell’aspetto, ci sa fare con le persone, ha successo come militare e un talento particolare nel moltiplicare i sesterzi.

Eppure, la vita di Crasso è quella dell’eterno secondo. Sfruttato da Giulio Cesare come una mucca da cui mungere quattrini, surclassato da Pompeo nell’album delle figurine dei generaloni, incapace di godersi le sue immense ricchezze senza menarla tanto, Crasso riesce anche nell’impresa di passare alla storia come sanguinario basta*do e a morire malissimo – e da stupido – a Carre.

Non solo, Crasso finisce per avere sulla coscienza - non da solo, per carità - anche la fine della Repubblica.

Andiamo con ordine. 
Gli inizi di Crasso sono promettenti. Da giovane comandante al soldo di Silla si copre di gloria nella Battaglia di Porta Collina e salva pure la pellaccia al dittatore. Quello, però, non ha occhi che per Pompeo, il “giovane boia” che con la sua cieca violenza conquista le simpatie di tutti. Oh, all’epoca a Roma va così.

Crasso fa spallucce e sfrutta le liste di proscrizione di Silla per fare i big money. Diventa infatti ricchissimo speculando sui beni delle tante vittime delle “purghe” silliane. Il suo patrimonio, stimato da Forbes in 170 miliardi di dollari di oggi, lo rende il romano più ricco della storia. 

Ora, ci sarebbe da riflettere su come tantissimi ricconi della storia si vadano a impelagare cercando la grande impresa politica o militare pensando di trovare l’immortalità. Crasso, in questo, è un precursore di quella iattura nera che abbiamo patito per anni qui da noi (leggi: Berlusca) o di quello svitato col ciuffo che si ritrovano oggi in America. Anziché fare la bella vita sperperando i suoi quattrini, Crasso vuole appagare chissà quale complesso d’inferiorità e la sorte beffarda lo ripaga a dovere.

Lo fa in particolare attraverso due nomi: Pompeo Magno e Giulio Cesare.
Il primo, Crasso se lo ritrova in mezzo alle balle ogni volta. Il secondo, alla lunga, si rivela un invenstimento sbagliato: Crasso gli finanzia la carriera pensando di farne il suo pupazzo, scoprendo troppo tardi che a muovere i fili è proprio il gelido e machiavellico pupillo.

Pompeo, dicevamo.
Crasso diventa console due volte, e tutt’e due le volte si ritrova come collega Pompeo. Quando scoppia la rivolta di Spartaco e nessuno è capace di metterci una pezza, chiamano Crasso. Non che sia particolarmente brillante, ma con un esercito di inaudita potenza ci mette poco a sbaragliare i ribelli – e a farsi odiare dai suoi soldati, a cui impone la disciplina con punizioni feroci – ma la gloria se la prende indovinate chi? Pompeo, che passava di là quasi per caso e che si limita a mettere nel sacco i pochi rivoltosi in fuga.

Crasso, per di più, anche qui passa alla storia non per il trionfo, ma per l’assurda idea di far crocifiggere seimila (!) superstiti sulla via tra Capua e Roma. Immaginate il panorama.

Nonostante i successi e il consolato, Crasso fatica a emergere e passa dieci anni tra ambigui abboccamenti nell’affaire Catilina – da cui esce pulito – e l’idea di coltivarsi Cesare come ariete per prendere il potere. Nel 60, con l’idea del Triumvirato, si ritrova ancora in casa Cesare e Pompeo, con cui si spartisce Roma in stile Banda della Magliana.

Con l’accordo ognuno guadagna qualcosa. Pompeo cerca ammirazione, Cesare il potere e Crasso – grazie a leggi ad hoc – diventa sempre più ricco. Tutti e tre, poi, ottengono il consolato e a Crasso tocca dividerlo nel 55 con uno a caso: Pompeo.

Siamo ai titoli di coda: nel 54 Crasso ottiene il proconsolato in Siria, un’occasione per diventare ancora più ricco. Del resto, ha 60 anni e l’età per la grande impresa, quella che gli manca, è passata. E invece, il nostro si fa ingolosire dall’idea di fare in Siria quello che Cesare sta facendo in Gallia e per di più sconfiggere gli storici nemici di Roma, i Parti, e coprirsi di gloria.

Come andrà a finire lo sappiamo: la Battaglia di Carre è una delle disfatte più atroci di Roma (e vi rimando al post che trovate nei commenti) e Crasso ci lascia le penne assieme al figlio e a migliaia di soldati. L’uomo che aveva tutto per diventare un mito si ritrova il re Orode che gli versa oro fuso – in spregio alla sua avidità – nella bocca, dopo avergli separato la testa dal corpo.

Com’era quella storiella su chi troppo vuole?

[Le storie della Repubblica - 3]
#StoriaALR