venerdì 3 giugno 2022

TITO MANLIO "TORQUATUS"

Durante la guerra gallica del 361 a.C., della cui conduzione era stato incaricato il dittatore Tito Quinzio Penno Capitolino, un guerriero celta sfida i Romani e invita il soldato romano più forte a sfidarlo in duello. Mentre gli altri giovani sono paralizzati dalla paura, Tito Manlio lascia il proprio posto, si presenta davanti al dittatore e gli chiede il permesso per combattere contro il Gallo. 

[Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 9, 8-10]
«Allora un Gallo di statura gigantesca avanzò sul ponte deserto e urlò con quanta voce aveva in gola: "Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c’è adesso a Roma, così che l’esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra!".
Tra i giovani romani ci fu un lungo silenzio, poiché da un lato si vergognavano di rifiutare il combattimento, dall’altro non volevano affrontare una sorte particolarmente rischiosa: allora Tito Manlio, figlio di Lucio, lasciò la sua posizione e si avviò dal dittatore: "Senza un tuo ordine, comandante", disse "non combatterei mai fuori dai ranghi, neppure se vedessi certa la vittoria: ma se tu lo permetti, a quella bestiaccia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella stirpe che precipitò già dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli". 
Allora il dittatore gli rispose: "Onore e gloria al tuo coraggio e alla tua devozione per il padre e la patria, o Tito Manlio! Vai e con l’aiuto degli dei dai prova che il nome di Roma è invincibile!". 
Poi i compagni lo aiutarono ad armarsi: egli prese uno scudo da fante e si cinse in vita con una spada ispanica, più adatta per lo sconto corpo a corpo. Dopo averlo armato, lo accompagnarono verso il guerriero gallico che stava stolidamente esultando e che in segno di scherno tirava fuori la lingua. Quindi rientrarono al loro posto, mentre i due uomini armati restarono soli in mezzo al ponte, più come si usa negli spettacoli che secondo le norme di guerra, pari di forze a giudicarli dall’aspetto esteriore: l’uno aveva un fisico di straordinaria corporatura, sgargiante nelle vesti variopinte e per le armi dipinte e cesellate in oro; l’altro nella statura media di un soldato e d’aspetto modesto le sue armi, più maneggevoli che appariscenti; non canti, non esultanza né vana esibizione delle proprie armi, ma un petto fremente di palpiti di coraggio e tacita ira; tutta la sua fierezza egli aveva riservata per il momento decisivo del duello. 
Quand’ebbero preso posizione tra i due eserciti, con tanti uomini intorno, dagli animi sospesi tra la speranza e la paura, il Gallo, calò con grande fragore sulle armi dell’avversario che si avvicinava un fendente che andò a vuoto. Il Romano, sollevata la spada, colpì con il proprio scudo la parte inferiore di quello del nemico; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest’ultimo in modo tale da evitare di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l’altro gli trapassò il ventre e l’inguine, facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Quindi, risparmiando ogni altro scempio al corpo del caduto, si limitò a togliergli il torque, e a indossarlo al collo intriso di sangue com’era. La paura insieme con lo stupore aveva agghiacciato il sangue ai Galli: i Romani, usciti dagli avamposti verso il loro commilitone, rivolgendogli congratulazioni e lodi, lo condussero dal dittatore. 
Fra le rozze battute che i soldati si scambiavano nei loro cori, fu udito il soprannome di "Torquatus"; esso, in seguito, fu usato spesso anche dai suoi discendenti e tornò d’onore alla sua famiglia. Il dittatore aggiunse in dono una corona d’oro e di fronte alle truppe adunate celebrò con le lodi più alte quel combattimento.»

venerdì 13 maggio 2022

LA FALCE DACICA

Immagini raffigurantii guerrieri Daci mentre usano vari tipi di Falx, provenienti dal Tropaeum Traiani (trofeo di Traiano) è un monumento commemorativo situato ad Adamclisi, Romania. Sebbene danneggiato da secoli di incuria e spoliazioni, il monumento resta una delle opere emblematiche dell'arte provinciale romana. Sorgeva in un luogo simbolo delle campagne di Dacia, nel punto di incrocio tra le strade, lungo il corso del Danubio, che portavano dal Mar Nero all'entroterra balcanico.

La falce dacica (Falx in latino) era un'arma bianca manesca del tipo spada in uso ai Daci al tempo dell'Impero romano. Arma sviluppata a partire dalla romfaia dei Traci, aveva un'impugnatura in legno lunga circa tre piedi ed una lama in metallo ricurvo, affilato sul solo lato concavo, più o meno della medesima lunghezza. I Daci, popolazione trace stanziata nell'attuale Romania, avevano due tipi di falce da guerra:
La falce da guerra ad una mano era molto simile al sica già in uso presso i Traci e veniva chiamata in latino ensis falcatus, falcata (Ovidio, Metamorfosi) o falx supina (Giovenale, Satire);
la falce dacica vera e propria, una sorta di ibrido tra la spada e la picca, come il falcione (arma in asta) basso-medievale o il naginata del Giappone feudale. Al tempo della Conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano, il pericolo per l'incolumità dei legionari costituito dalle falci dei daci costrinse l'esercito romano ad adottare particolari misure: l'elmo legionario venne rinforzato per proteggere il capo dalla letale falcata discendente e si diffuse la pratica di aggiungere alla corazza dei soldati, la lorica segmentata, delle protezioni per le braccia.
Diversi esemplari di falci da guerra a due mani ornano il basamento della Colonna di Traiano, monumento fatto erigere dall'optimus princeps per commemorare la sua vittoria sui daci. Il fregio che copre la colonna ci mostra però sempre dei guerrieri daci ritratti con lo scudo, il che esclude, per loro, l'uso della falce da guerra a due mani. Chi dei soldati brandisce una falce, ne brandisce una di piccole dimensioni, un sica. Il monumento fatto erigere da Traiano in Romania, per commemorare la sua vittoria sui daci nella Seconda Campagna Dacica (105 d.C.), il Tropaeum Traiani, mostra invece diversi guerrieri barbari armati con falci da guerra a due mani. La falce dacica aveva:
un'impugnatura in legno lunga circa tre piedi;
una lama in metallo ricurvo, affilato sul solo lato concavo, più o meno della medesima lunghezza.
L'uso di una simile arma, capace di infrangere il grande scutum dei legionari o di strapparlo via dalle mani dei nemici, richiedeva una notevole abilità ed una notevole forza fisica ma aveva l'ovvio inconveniente di privare chi la brandiva della difesa di uno scudo.

Fonte: https://www.facebook.com/635562086913189/posts/1335150940287630/

domenica 20 febbraio 2022

Un ponte sulla baia

Di Caligola ne parla molto (e male, ovviamente; l'imperatore era già morto ahahah) Svetonio ma anche Cassio Dione. Vi voglio riferire un paio di stramberie riferite a suo riguardo.
Nel 40 d.C. Caligola iniziò una politica molto controversa di affiancamento del titolo di principe al ruolo di divinità: cominciò infatti ad apparire in pubblico vestito come gli dei e i semidei del pantheon romano, come Ercole, Venere e Apollo. Iniziò a riferirsi a sé stesso come dio, facendosi chiamare Giove nelle cerimonie pubbliche. 
Ossessionato dall'idea di regalità, la vedeva personificata da Giove, il re di tutti gli dei. Con Giove Capitolino l'imperatore manteneva un rapporto confidenziale, quasi di fratellanza e complicità. 
Riferisce Svetonio:
« Di giorno.... parlava in segreto con Giove Capitolino, ora sussurrando e porgendo a sua volta l'orecchio. Ora a alta voce e senza risparmiargli rimproveri. Infatti si sentirono le sue parole di minaccia. o tu elimini me o io te, finché non si lasciò persuadere - a sentir lui - dall'invito a condividere la sede e collegò i palazzi imperiali del Palatino al Campidoglio con un ponte che passava sopra il tempio del Divino Augusto »
(Svetonio, Vite dei Cesari)
Questo, che può apparire un comportamento bizzarro, in realtà faceva parte delle consuetudini religiose romane, come riferiscono altre fonti antiche a proposito di Scipione l'Africano che abitualmente aveva dialoghi mistici con Giove Capitolino. La frase blasfema di Caligola rivolta a Giove («o tu elimini me o io te»), racconta Cassio Dione, va riferita alla stizza dell'imperatore nei confronti di Giove Tonante, che con i tuoni e i fulmini, dei quali aveva molta paura, gli aveva impedito di assistere tranquillamente agli spettacoli dei pantomimi.
D'altra parte a guardar bene non mi sembra sintomo di pazzia il fatto che parlasse con Giove: ancora oggi alcuni di noi in casi particolari parlano (o si recano dove pensano di essere più vicino per Lui che ascolta) con la Divinità. Molto più preoccupante, invece, mi pare il fatto che Giove gli rispondesse.
« (Caligola) Aveva anche escogitato un'invenzione con cui rispondeva con tuoni ai tuoni e mandava lampi in risposta ai lampi: e quando cadeva un fulmine lanciava a sua volta un sasso come se fosse un dardo ripetendo ogni volta il verso d'Omero, o tu elimini me o io te »
(Cassio Dione)

E, a proposito di ponti, vengono riferite due versioni sulla costruzione di un ponte.
Questa è la prima:
L'imperatore Tiberio, zio di Germanico, dovendo scegliere il suo successore, decise di adottare Caligola, il figlio di quest'ultimo. Ma, trovandosi a parlare con l'astrologo Trasillo, Tiberio ebbe modo di esprimergli qualche perplessità sul ragazzo. L'astrologo gli disse di non preoccuparsi, perché Caligola "non ha maggiori probabilità di diventare imperatore che di attraversare a cavallo il golfo di Baia". Divenuto imperatore, Caligola pensò bene di mettere alla berlina l'astrologo Trasillo: fece costruire un ponte di barche, lungo tremila e seicento passi (circa due chilometri e seicento metri), che dal molo di Baia giungeva fino al molo di Pozzuoli. Terminata l'opera, Caligola andò avanti e indietro sul ponte per due giorni, ovviamente a cavallo.
L'altra versione è questa:
Fece costruire tra Baia e la diga di Pozzuoli, che separava uno spazio di circa tremila e seicento passi, un ponte formato da navi da carico, riunite da tutte le parti e collocate all'ancora su due file; poi le si ricoprì di terra dando a tutto l'insieme l'aspetto della via Appia. Per due giorni di seguito non la smise di andare e venire su questo ponte: il primo giorno si fece vedere su un cavallo riccamente bardato, con una corona di quercia, una cetra, una spada e una veste broccata d'oro, il giorno dopo, vestito come un cocchiere di quadriga, guidava un carro tirato da due cavalli celebri, che erano preceduti dal giovane Dario, uno degli ostaggi dei Parti, e seguiti da una schiera di pretoriani e di veicoli con a bordo un gruppo di amici. So che Gaio aveva ideato un ponte di tal genere secondo alcuni per rivaleggiare con Serse che, non senza stupore, ne gettò uno sull'Ellesponto, anche se più modesto, e secondo altri, per spaventare, con la risonanza di qualche opera gigantesca, Germani e Bretoni che lo minacciavano di guerra.
Due metri sotto il pelo dell'acqua sopravvivono, infissi nel molo romano i cui resti sono incorporati in quello moderno, anelli ai quali si vuole fosse assicurato il grandioso ponte di barche fatto gettare da Caligola fra Pozzuoli e Baia. 
L’opera ingegneristica deve essere stata di grande rilevanza: una doppia fila di navi da carico, affiancate le une alle altre, su cui l’imperatore era in grado di passare a cavallo e alla guida di un carro. Dione fornisce la descrizione più accurata: alcune delle navi che formavano il ponte erano state portate lì da altri porti, ma altre furono costruite per l’occasione, poiché non fu possibile radunarne in numero sufficiente in così breve tempo, nonostante tutte le barche disponibili fossero raccolte; con il risultato che una carestia colpì l'Italia e in particolare Roma. Nel costruire il ponte, non fu predisposto solo il passaggio, ma furono messe in opera lungo il percorso anche aree di sosta e di ricovero, e queste avevano acqua corrente da bere.
Al centro del ponte era costruita una piattaforma dalla quale Caligola tenne il suo discorso il secondo giorno, durante il trionfo. 
Le fonti concordano nel rappresentare la grandiosità del prodotto finale come più grande e importante rispetto a quello di Serse, che pure aveva dovuto sostenere il passaggio di un esercito reale e non simbolico.

Fonte: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.1393198040800827&type=3

mercoledì 19 gennaio 2022

CANNE E SCIPIONE AFRICANO

" al nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura "

" hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendam "

Publio Cornelio Scipione 

" senatori, è giunto momento di dare battaglia, non pacificarsi con lo sporco barbaro "

" patres conscripti, tempus advenit pugnae, non pacem barbaram "

Publio Cornelio Scipione 

Le due frasi sono riferite all'acerrimo nemico Annibale:

la prima riguarda la battaglia decisiva avvenuta nella piana di Zama in Tunisia dove Scipione mise in atto un vero capolavoro tattico, sbaragliando Annibale con la stessa tattica usata dal barbaro contro i Romani nella piana di Canne.

la seconda parla di un aneddoto molto importante che ha segnato la svolta per i Romani, sconfitti  annientati e umiliati a Canne da Annibale, (i morti tra i Romani si annoverano tra gli 80000 mentre il cartaginese subisce solo poche miglia di perdite), pochi i superstiti tra cui Publio Cornelio Scipione che dopo la disfatta di Canne, aveva posto in salvo i pochi superstiti delle legioni romane, li conduce a Canusium e li pose come obiettivo la riorganizzazione dell'esercito romano.
Questa impresa di una pericolosità unica causa vicinissima distanza della città di solo quattro miglia dal campo di Annibale. Scipione esortò il i numerosi patrizi a non fuggire in esilio e per ottenere ciò li minaccia.Fatto il punto della situazione,  si fece raccontare dai sopravvissuti le fasi della battaglia, e la tattica vincente del nemico.

Livio ci narra che alla prospettiva di sbandamento e di ammutinamento dopo la sconfitta, Scipione fu fermo, deciso, l'unico dei capi militari a mostrare forza: alle richieste dei comandanti di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, oppone un netto rifiuto, non era tempo di discutere ma di osare e agire.
esorta gli uomini rimasti guidandoli fino a Roma. I romani, dinanzi a tale coraggio, e fermezza del 20enne Scipione, si strinsero attorno a lui come ad un eroe.
La parola pace venne proibita, il lutto limitato solo a  30 giorni e l'esternazione del proprio dolore in pubblico fu vietata anche alle donne.
Nel frattempo il Senato spaventato dalla possibile marcia di Annibale verso una Roma senza difese, si appresta a preparare una pace forzata contando sulla clemenza del cartaginese. Il giovane Scipione giunto nella Curia, nell' atto della votazione infame, da sfogo a tutto il suo orgoglio romano, guarda i senatori ad uno ad uno negli occhi, ed esclama:

" volete che i posteri vi ricordino come coloro che vigliaccamente hanno consegnato senza combattere l'onore Romano al nemico?? Datemi un paio di legioni, porterò la guerra in territorio nemico (Africa) come Annibale ha fatto con noi, lui sarà costretto a salpare per Cartagine, io lo condurro' alla disfatta!!! "

Gli Storici Romani raccontano la strage dei figli di Roma avvenuta a Canne:

" il Senato decise di mettere in campo otto legioni, il che non era mai stato fatto prima a Roma, ogni legione composta da 5.000 uomini, oltre agli alleati. I Romani combattono la maggior parte delle loro guerre con due legioni al comando di un console, con i loro contingenti di alleati, e raramente utilizzano tutte e quattro le legioni in una sola volta e per un solo compito. Ma in questa occasione, tanto grande era l'allarme e il terrore di ciò che sarebbe potuto accadere, che decisero di mettere in campo non solo quattro, ma otto legioni "
 (Polibio, Storie III)

" affermano alcuni che per reintegrare le perdite si arruolarono diecimila nuovi soldati; altri parlano di quattro legioni nuove, per affrontare la guerra con otto legioni; e si dice pure che le legioni furono accresciute di forze, tanto di fanti quanto di cavalieri, aggiungendo a ciascuna circa mille fanti e cento cavalieri, così che risultassero di cinquemila fanti e di trecento cavalieri, e che gli alleati diedero un numero doppio di cavalieri ed egual numero di fanti "
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

" l''ala sinistra della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l'ala destra romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava infatti lottare frontalmente poiché non era presente attorno spazio per evoluzioni; da un lato le serravano le schiere dei fanti e dall'altro il fiume. Si urtarono dunque da entrambe le parti in linea di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri si abbrancavano l'uno per gettar l'altro di sella. La battaglia era ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté più aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in fuga "
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

" dopo dunque la disposizione di tutto il suo esercito in linea retta, prese le compagnie centrali degli Ispanici e dei Celti e avanzò con loro, mantenendo il resto della linea in contatto con queste compagnie, ma a poco a poco essi si staccarono, in modo tale da produrre una formazione a forma di mezzaluna, la linea delle compagnie fiancheggianti stava crescendo in sottigliezza poiché era stata prolungata, il suo scopo era quello di impiegare gli Africani come forza di riserva e di iniziare l'azione con gli Ispanici ed i Celti "
(Polibio, Storie)

" all'ala sinistra dei Romani, dove contro i Numidi stavano i cavalieri degli alleati, ardeva la battaglia Circa cinquecento numidi, che oltre le solite armi e i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, erano avanzati allontanandosi dai loro compagni fingendosi disertori, con gli scudi dietro le spalle; poi celermente erano scesi da cavallo, e, gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono accolti in mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero l'ordine di fermarsi là dietro. Finché la battaglia non fu accesa da tutte le parti, stettero fermi; quando poi la lotta tenne occupati gli occhi e l'animo di tutti, allora, dato piglio agli scudi, che giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando loro i garetti, produssero grande strage, spavento e confusione anche maggiori "
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

 " in quanto i loro ranghi esterni erano continuamente distrutti, ed i superstiti erano costretti a ritirarsi e si stringevano insieme, sono stati infine tutti uccisi, dove si trovavano "
(Polibio)

" tante migliaia di Romani stavano morendo. Alcuni, le cui ferite erano eccitate dal freddo mattino, nel momento in cui si stavano alzando, coperti di sangue, dal mezzo dei mucchi di uccisi, erano sopraffatti dal nemico. Alcuni sono stati trovati con le teste immerse nelle buche in terra, che avevano scavato; avendo, così come si mostrò, realizzato buche per loro stessi, e essendosi soffocati, 600 legionari massacrati al minuto fino a quando l'oscurità pose fine alla carneficina. "
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

" mai prima d'ora, mentre la stessa città era ancora sicura, c'era stato tanto turbamento e panico tra le sue mura. Non cercherò di descriverlo, né io indebolirò la realtà andando nei dettagli. Dopo la perdita di un console e dell'esercito nella battaglia del Trasimeno l'anno precedente, non fu una ferita dopo l'altra, ma una strage molto più grande quella che era stata appena annunciata. Secondo le fonti due eserciti consolari e due consoli sono stati persi, non c'era più nessun accampamento romano, nessun generale, nessun soldato in esistenza, Puglia, Sannio, quasi tutta l'Italia giaceva ai piedi di Annibale. Certamente non c'è altro popolo che non avrebbe ceduto sotto il peso di una simile calamità"
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

" quanto più grave è stata la sconfitta di Canne, rispetto a quelle che l'hanno preceduta, lo si vede dal comportamento degli alleati di Roma; prima di quel fatidico giorno, la loro lealtà rimase irremovibile, ora ha cominciato a vacillare per la semplice ragione che disperano del potere romano"
(Polibio - Storie)

" nel 1540 anno della fondazione di Roma i consoli Lucio Emilio e Publio Tenerzio Vanone vengono inviati contro Annibale e succedono a Quinto Fabio Massimo. Inoltre il dittatore Fabio li aveva esortati affinché non combattessero con Annibale comandante astuto e senza pazienza. Tuttavia, partito Fabio, a causa dell’impazienza del console Varrone si combattè presso Canne ed i consoli furono entrambi vinti da Annibale. In questa battaglia vennero uccisi tremila Africani e una grande parte dell’esercito di Annibale venne ferita. Ma anche i Romani subirono una gravissima strage. Infatti nella battaglia vennero uccisi il console Emilio Publio,venti ex consoli o pretori, trenta senatori vennero catturati ed uccisi, trecento uomini nobili, quarantamila soldati, tremilacinquecento cavalieri. E tuttavia in queste sventure nessuno dei Romani pensò di fare menzione di pace. Dopo questa battaglia molte città dell’Italia ,che erano state agli ordini dei romani, si diedero ad Annibale. Annibale, con varie torture,uccise i prigionieri e mandò a Cartagine tre maggi di anelli d’oro, che erano stati sottratti dalle mani dei cavalieri, senatori e soldati dei romani "
(Eutropio)

martedì 18 gennaio 2022

QUINTO FABIO MASSIMO

QUINTO FABIO MASSIMO

detto il "Temporeggiatore" ovvero Fabius Maximus Cunctator.. Roma 275 a.c. –   Roma 203 a.c.

«Per il momento giusto devi attendere, così come fece Fabio con pazienza, mentre fronteggiava Annibale, anche se molti lo criticarono per questo. Quando il momento giunge devi però batterti duramente, così come fece Fabio, o la tua attesa sarà stata vana e infruttuosa.»

(Saggi fabiani, I)

https://mondointernazionale.com/culturalmenteimparando/il-fabianesimo

Nel 217 a.C., subito dopo la sconfitta del lago Trasimeno, Fabio venne nominato dittatore, o meglio prodittatore, dato che non era stato nominato materialmente da alcun console. Da allora, poiché la guerra con Annibale era solamente difensiva, Fabio divenne la personalità più importante a Roma. Forse le sue doti militari non erano tra le più acute, ma capì prima di tutti i suoi contemporanei, la natura della tattica e del genio di Annibale e la situazione dei suoi connazionali.

Cicerone dice di Fabio che "bellum Punicum secundum enervavit" ("snervò la seconda guerra punica"), un elogio più veritiero di quello di Ennio, che dice "qui cunctando restituit rem" ("che temporeggiando ripristinò lo Stato"), dal momento che Marcello e Scipione riportarono la repubblica alla sua grandezza militare, mentre Fabio la rese capace di un ritorno alle origini.

Il suo primo atto come dittatore fu calmare e rinvigorire gli animi dei Romani facendo sacrifici solenni e supplicando gli dei; quindi rese il Lazio e le zone adiacenti inespugnabili per il nemico. Al momento di stabilire il campo escogitò un piano di azione semplice e fisso. Evitò ogni contatto diretto con il nemico; spostò l'accampamento da un altopiano ad un altro, dove la cavalleria della Numidia e i fanti iberici non sarebbero riusciti a salire; osservò i movimenti di Annibale con una stretta vigilanza, catturò i nemici sbandati e quelli che si erano allontanati dal campo in cerca di cibo, costrinse Annibale a far stancare i suoi alleati con impellenti richieste e a scoraggiare i suoi soldati con manovre inutili.

«Fabio aveva deciso di non esporsi al rischio e di non venire a battaglia con Annibale. Inizialmente tutti lo consideravano un incapace, e che non aveva per nulla coraggio ma col tempo costrinse tutti a dargli ragione e ad ammettere che nessuno sarebbe stato in grado di affrontare quel momento delicato in modo più avveduto e intelligente. Poi i fatti gli diedero ragione della sua tattica»

(Polibio, III, 89, 3-4.)

Leggi di più:
https://innovation4value.com/blog/il-temporeggiatore/

domenica 5 dicembre 2021

Mura Aureliane e tasse da pagare

L'altro giorno vi ho accennato, di sfuggita, che avrei voluto parlarvi delle Mura Aureliane. Chi non le conosce? Chi ha avuto modo di venire a Roma, ma anche chi le ha viste in tv, al cinema o, anche, soltanto in foto avrà avuto la sensazione di guardare qualcosa di gigantesco e, probabilmente, sarà andato con il pensiero ai tempi necessari ed ai costi ingentissimi per la realizzazione dell'enorme opera. Non parlo, poi, degli abitanti della Capitale che nelle loro uscite quotidiane non possono fare a meno di incontrarle. In effetti, le Mura costituiscono la più imponente struttura urbana mai concepita nell'intero mondo romano. La nuova cinta muraria della lunghezza complessiva di quasi 19 km andò a sostituire dopo più di 600 anni le cosiddette Mura Serviane che erano quasi completamente scomparse. Nel corso dei secoli l‟originario impianto architettonico subì alcune modificazioni anche importanti ma, per gli scopi che ci interessano, possiamo trascurare di parlarne. Non si conosce con precisione il tempo necessario a realizzarle, ma gli esperti ritengono che il cantiere iniziò nel 271 d.C. e alcuni di loro ritengono che furono completate già prima della morte di Aureliano (275 d.C.). Quindi una velocità impressionante, una volata incredibile, oltre tutto in assenza dell'Imperatore impegnato a guerreggiare sul fronte orientale. Quale fu il motivo di questo ambizioso progetto di fortificazione che, tra l'altro, comportava anche una spesa enorme? Scommetto che qualcuno di voi, anzi più di qualcuno, si è già fatta un'idea; ma siete sicuri che l'unico scopo fosse quello di difendere la Città dai barbari? Cerchiamo di ragionarci con calma.
Ai primi dell’anno 271 d.C., una grossa massa di guerrieri germanici, passate le Alpi, scesero nella penisola italiana alla ricerca di bottino. Dopo un primo scontro vittorioso a Piacenza con l'esercito imperiale, si diressero verso sud, provocando il panico a Roma, che non si sentiva minacciata direttamente dai tempi di Annibale. Ma nel giro di poche settimane Aureliano li affrontò e sconfisse prima a Fano e poi a Ticinum (Pavia): passerà più di un secolo prima della successiva incursione barbara sul territorio italico.
Aureliano rientrò a Roma, dove passò qualche mese a rafforzare il suo controllo sulla capitale prima di partire per affrontare la regina di Palmyra, Zenobia. Sarebbero trascorsi tre anni prima del ritorno di Aureliano a Roma (274 d.C.). 
Quindi la decisione di erigere le nuove mura fu presa nell'intervallo di tempo tra la sconfitta dei barbari (marzo 271) e la partenza per l’Oriente (estate dello stesso anno). 
E quale sarà stata la motivazione? 
In genere si pensa che le Mura sarebbero servite a tranquillizzare un popolo urbano sconvolto dalla minaccia barbara, nonché a salvaguardare la futura sicurezza della città, durante un periodo in cui non si poteva più contare sulle forze stanziate lungo le frontiere dell’impero, impegnate nella guerra contro Zenobia.
Ma risulta difficile pensare che le Mura vennero costruite solo per questo motivo. Le sconfitte inferte agli invasori erano state così pesanti da far considerare improbabile un nuovo tentativo a breve.
A quei tempi il pericolo principale consisteva in gruppi di barbari, poco attrezzati per condurre lunghi assedi, ma che erano alla ricerca di preda facile; e la capitale disponeva ancora di una folta guarnigione composta di pretoriani ed equites singulares. E' possibile che noi abbiamo interpretato male lo scopo? A cosa mai potevano servire quelle Mura se non a difendere la popolazione? Vediamo di esaminare la situazione di allora.
Dopo aver sconfitto i barbari, Aureliano, tornato a Roma, trovò una città in rivolta per tensioni create dal gruppo senatoriale a lui ostile. Sembra che Aureliano abbia fatto ricorso alle maniere forti per prendere in mano la situazione prima di partire alla volta di Palmira: non perse tempo nel reprimere i colpevoli veri o presunti della rivolta, tra i quali si annoveravano non soltanto gli impiegati della zecca ma anche alcuni esponenti dei ceti sociali più alti. 
Sia l’Historia Augusta che l’Epitome de Caesaribus tramandano la notizia della costruzione delle Mura SUBITO DOPO il racconto dei tumulti popolari accaduti a Roma nella prima metà del 271 d.C. 
L’Historia: «Terminata la lotta contro i Marcomanni, Aureliano, siccome era d’indole molto feroce, tornò a Roma pieno di rabbia e con una voglia di vendicarsi esagerata in proporzione alla gravità delle sommosse [...] alcuni senatori nobili furono uccisi [...] fatte queste cose, quando vide che sarebbe potuto riaccadere ancora quanto era successo sotto Gallieno, seguendo il consiglio del senato egli estese le mura della città di Roma». 
E questa è la versione dell’Epitome: «in quel periodo nella città di Roma gli impiegati della zecca [monetarii] si ribellarono; una volta sconfitti, Aureliano li giustiziò con grande crudeltà [...] egli cinse la città di mura più valide ed estese».
Quindi, l'Imperatore temeva non tanto la ricomparsa dei barbari nella penisola quanto possibili sommosse interne e potrebbe aver ideato e voluto le Mura come mezzo di controllo sulla città stessa, specie verso gli elementi più restii del popolo urbano. Una sorta di “difesa interna” più che esterna.
Dovendo allontanarsi per un lungo periodo, Aureliano voleva mantenere il controllo sulla città e, probabilmente, riteneva che il progetto delle Mura sarebbe servito allo scopo. Il circuito murario era il segno concreto del suo dominio e i Romani si sarebbero trovati rinchiusi entro un perimetro gestito e pattugliato da milizie fedeli all’imperatore.
Chi controllava le porte controllava le Mura e chi controllava le Mura controllava la città intera. Grazie alle controporte, chi stava sulle Mura aveva il controllo sui nemici esterni e ma anche su quelli interni.
E' la prima volta che mi capita di incrociare una cerchia di mura intorno ad una città per difendersi da nemici interni, ma mi pare non ci siano dubbi.
C’è, infine, un ultimo elemento che deve essere considerato in aggiunta tra i possibili motivi della decisione di Aureliano. Le Mura, per quanto fossero costose da costruire, avrebbero rappresentato nel lungo termine un investimento molto redditizio per l’amministrazione urbana, per il semplice motivo che, a costruzione realizzata, non era più possibile evitare di pagare le varie tasse e imposte fiscali dovute da persone o per beni in transito per la città.
Prima delle Mura, la cinta daziaria era stata delineata soltanto con cippi disposti a intervalli attorno al perimetro urbano, i quali non impedivano a nessuno di entrare in città o uscirne. Con le Mura, invece, i confini della città divennero nettissimi e venivano attraversati soltanto tramite le porte del circuito, varchi che potevano essere chiusi di notte e sorvegliati di giorno da soldati o agenti doganali al servizio del governo municipale. Difficile, quindi, che con la barriera invalicabile delle Mura l’evasione fiscale non scemasse o addirittura venisse meno. 
Nel tempo le tasse riscosse alle porte di Roma costituirono una fonte di denaro consistente per le autorità cittadine che arrivarono a dare in appalto a privati la gestione delle singole porte. 
Col passare degli anni, le spese della costruzione e la manutenzione delle Mura si saranno in gran parte ripagate grazie alla presenza delle Mura stesse.
Chissà che Aureliano non abbia pensato anche a questo?

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