mercoledì 19 giugno 2019

Battaglia del lago Trasimeno


-Narrazione per la rievocazione della Battaglia del Trasimeno-

Un fumo nero, denso e acre, si leva in pigre volute, in alto, sempre più in alto, tra i colli che circondano il lago.
Padre Giove, dimmi, raggiungeremo forse i tuoi Campi Elisi?

Sono così stanco...

Ma ecco: un vento crudele spira da nord e spazza via il fumo, lo disperde... non raggiungerò mai le alte nubi, e quel poco che resta di me si sente svanire... la mia coscienza si perde...

Ho paura.

Paura, come quella mattina in cui si cominciò a vociferare per l'accampamento: una  delle insegne delle legione non si svelle dal terreno! E' un cattivo presagio! E' segno di malasorte! Non dobbiamo proseguire!

Ma il console, Gaio Flaminio, era giunto, il mantello svolazzante, e a gran voce si era preso gioco del vessillifero
"Ma quale malasorte, sciocchi superstiziosi? Io vedo solo fiacca pigrizia! Siete legionari o donnette?"

Ma se la sua bocca rideva, i suoi occhi erano sbarrati, i lineamenti contratti... una vena palpitava sulla sua fronte spaziosa, e il suo ghigno di dileggio si apriva sempre di più in un ringhio...

Lui, che già aveva piegato gli Insubri e schiacciato la Gallia Cisalpina sotto ai suoi impietosi calzari, bramava sopra ogni cosa l'ennesimo trionfo.

Ma si diceva che proprio allora, tra le rovine brucianti di Mediolanum, i Druidi dei Galli avessero scagliato su di lui una tremenda maledizione... e non avevamo forse visto tutti, già alla partenza da Roma, il suo cavallo crollare a terra trascinandolo con se, sotto alla statua di Giove Statore?

A coloro che vogliono annientare, gli Dei prima fanno perdere il senno... e invero un folle mi apparve Flaminio, mentre  spazientito, con una spinta gettava a terra il vessillifero e impugnava lui stesso l'insegna, e i tendini del collo tesi come corde, il volto contratto in uno spasmo, infine la strappava schiumando dalla morsa del terreno.

Il vessillo si liberò, accompagnato da un cupo risucchio del suolo.

"E' solo fango... solo un po' di fango..." bisbigliò tra sé e sé, le labbra strette, e poi diede l'ordine di mettersi in marcia.

Timore, ancora, mentre il console ci conduceva lungo quello stretto sentiero che costeggiava il lago, chiuso al lato opposto da greppi scoscesi e invalicabili... oggi la gente di questi luoghi lo chiama "Malpasso", in memoria di quello che accadde poco dopo, ma anche senza racconti lugubri a circondarlo sarebbe apparso chiaro a chiunque che quel luogo era perfetto per un'imboscata.

Ma non al console Flaminio.

"Forza! Non abbiamo forse visto ieri notte le luci dell'accampamento punico là, oltre il passo?
Annibale è in trappola! Volete forse che lo raggiungano prima le forze del console Servilio, alle sue spalle, e che ci privino, MI privino della gloria della vittoria!?"

La nebbia, ricordo anche la nebbia che saliva dal lago... ti intirizziva e ti toglieva il respiro, mentre la tunica ti si attaccava addosso e facevi fatica a spingere lo sguardo intorno, mentre tutto veniva inghiottito dal suo viscido filtro latteo.

"Cosa guardi Caio? I Cartaginesi saranno anche ributtanti e puzzolenti, ma mica sono delle capre, da poter stare abbarbicati su quei pendii così scoscesi"

Ricordo a malapena ora il volto di Publio, mentre provava a incoraggiarmi, ma soprattutto incoraggiarsi, con quei motteggi... voleva provare a rallegrarci, credo, ma le sue parole erano vuote, e i suoi occhi sbarrati come i miei.

Poi, a un tratto, le grida.

Indietro lungo la colonna, ma anche dinnanzi... "Dardi! Frecce! Ghiande di frombola! Allerta!"

Sento frenetici richiami d'avvertimento tutt'intorno, mentre i proiettili del nemico hanno preso a saettare sopra al mio elmo... perché il costone era certo troppo accidentato per della fanteria pesante, ma non per gli agili arcieri Mauri, i rapidi frombolieri delle Baleari, e tutti gli altri fanti leggeri che Annibale vi aveva appostato, resi ancor più invisibili dalla nebbia.

Non ci siamo ancora riavuti dalla scarica di proiettili micidiali, che ecco piombare in mezzo a noi i feroci caetrati celtiberi, gli infidi lonchophoroi libi, le lance che saettano, le spade che squarciano... balzano come belve feroci dall'alto mulinando le armi e urlando come dèmoni dell'Ade, facendo scempio di chiunque... ricordo alcuni compagni, investiti da quei mostri, venire sbalzati indietro, a rotolare fino nelle acque del lago, per venire pugnalati a morte dai barbari sghignazzanti.

Mentre mi difendo, lo scudo stretto al corpo, dal fondo della colonna sento arrivare il rombo di cavalli al galoppo, e gli aspri richiami dei Numidi... la cavalleria punica ci ha preso alle spalle!

...e poi, a sovrastare il rumore della battaglia, il cupo rimbombo di centinaia di corni e buccine, seguito da una cacofonia di grida di guerra che sembrano il latrare di cani... Flaminio la riconosce bene: è l'isterico canto dei Galli, coloro dei quali ha fatto scempio in passato e predato le terre, quelli che lui pensava di aver soggiogato, e che ora si sono uniti ad Annibale...

E i Libi e i Celtiberi si ritirano di un poco, riprendono fiato sogghignando, mentre come una marea i Celti si abbattono su di noi, gli scudi protesi e le spade sguainate, intonando già il peana della vittoria.

Non so come, sono finito in testa alla colonna... l'elmo ammaccato, il sangue che mi cola davanti agli occhi... forse alcuni di noi potranno guadagnare la salvezza... ma poi davanti mi si para, come in una tremenda visione, un muro di scudi bianchi con l'odiata effige del cavallo e della palma... la fanteria pesante di Annibale, che avanza lenta e implacabile per precluderci ogni via di scampo.

Alcuni dei miei compagni si lanciano disperati contro il nemico, cercando di forzarne il blocco... non so, non ricordo se vi riuscirono, e se sì, a quale prezzo... terrorizzato mi volgo indietro, e assisto al tragico epilogo dell'impresa di Gaio Flaminio.

Il console è accanto alle insegne, dove tenta l'ultima, disperata resistenza.

Un enorme, titanico Gallo, lo indica con la lancia, bramendo nella sua lingua..."E' lui!!! E' lui!" sembra dire, poi spalanca le braccia e volge gli occhi al cielo, come per chiamare gli Dei a testimoni del fato che si compie.

Come una tempesta il Gallo si abbatte su Flaminio e la sua guardia, trucidando chiunque si pari tra lui e il console, e infine affondando l'arma nel suo petto.

Quasi con distacco osservo i pochi Triarii rimasti, le aste abbassate e gli scudi compatti, accorrere e respingere i Galli, affinché non lo spoglino delle ricche armi... il Celta, il cui nome è Ducarios, avrà in ogni caso la sua mercede, e a battaglia terminata, secondo le sue usanze barbariche, decapiterà il console e ne appenderà la testa ai finimenti del suo cavallo, come macabro trofeo.

Le forze mi abbandonano e crollo in ginocchio, mentre attraverso a un velo rossastro, di sangue misto a lacrime, scorgo i Triarii soccombere, accerchiati da ogni lato... e deve essere stato allora... un ginocchio si pianta con violenza nella mia schiena, mentre una mano rozza mi afferra alla fronte, spingendomi il capo all'indietro, a scoprire la gola... sento freddo che scorre sulla mia pelle, e tutto si sfoca, tutto diventa nero.
_____

Si chiamano "ustrina": sono i forni realizzati secondo alcuni in fretta e furia dai genieri di Annibale, secondo altri dalla gente del luogo, per bruciare i tanti cadaveri, muta eredità del massacro.

Come tanti, il mio cadavere viene dato alle fiamme, e come in un sacrificio i fumi dei nostri corpi combusti si innalzano nell'aria tersa.

Ed è proprio mentre il vento spazza le colline, disperdendo l'acre esalazione degli ustrina, che capisco.

E allora non ho più paura.

Spazzate in lungo e in largo, le nostre ceneri si posano delicatamente sui campi appena arati, sulla superficie calma del lago... non sono i Campi Elisi la mia ultima destinazione...  dal Cielo non va e non viene nessuna vita: viene dalla terra, dalle messi, dall'erba... Madre, quanto ho voluto poter finalmente riposare nel tuo grembo!

Ed ora io, e i miei compagni tutti, siamo ovunque, intorno a voi: siamo gli alberi silenti che troneggiano lungo il Malpasso, siamo l'erba che accarezza le vostre gambe, siamo il pesce che nuota sul fondo al lago e l'airone che si posa sulle sue sponde... per sempre, e sempre, e sempre...

Rendeteci omaggio allora, voi che siete vivi, e ascoltate la nostra canzone: è nello stormire delle fronde, nell'uccello palustre che lancia il suo richiamo, nello sciabordio delle acque del lago...  la canzone della Battaglia del Trasimeno...


Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10157323981194839&id=629569838

sabato 8 giugno 2019

Optio


Prendendo spunto da una discussione aperta su Contubernium, ecco due parole sulla figura dell'optio (sì, ho avuto il piacere e l'onore di svolgere anche quel ruolo per diversi anni, con i miei cari amici della Legio XXX Ulpia Traiana Victrix)...
Le fonti e le informazioni disponibili ad oggi su questa figura sono piuttosto limitate: sappiamo che l'optio, fin dalle prime menzioni letterarie, era una figura scelta direttamente dal centurione per assisterlo o sostituirlo in caso di assenza (o di sua subitanea dipartita in azione, s'intende). Optio in effetti significa "scelta", e quindi non si trattava di una sorta di sottufficiale di carriera, ma di un uomo di fiducia del centurione. E' possibile che cambiando il centurione in una centuria, cambiasse anche l'optio, anche se non abbiamo molte informazioni al riguardo...
Quanto all'armamento e all'equipaggiamento, non esisteva, a quanto ne sappiamo ad oggi, una panoplia da optio, ma solo qualche elemento identificativo come l'hastile, una sorta di bastone lungo, o meglio una sorta di lancia senza punta, che poteva aiutare a tenere in linea i soldati o a sospingerli in caso di indecisione, e lo sappiamo dall'osservazione di alcuni rilievi funerari, come quello di Cecilius Avitus, optio della XX Victrix di stanza a Deva (Chester) e morto a 34 anni dopo 15 di servizio (!)
Non risultano da nessuna parte, e quindi sono del tutto arbitrarie (opsss... meglio... discutibili? soggettive? immotivate? 😆) le mitiche creste longitudinali (invenzione di uno dei primi gruppi inglesi di rievocazione), particolari borse a tracolla o addirittura anelli come segno distintivo. Quello che contava allora, e dovrebbe contare anche oggi per un rievocatore serio e appassionato, era il ruolo, svolto con competenza e con un corretto comportamento: era, e rubo l'espressione ad un amico, l'uomo che faceva la panoplia e non viceversa!

GIUSEPPE CASCARINO



Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10216295497633571&id=1037650712


lunedì 3 giugno 2019

Roma le origini

Roma....
..... fra tradizione, storia ed archeologia

La Roma quadrata
La leggenda vuole che Roma ebbe le sue origini sul Palatino. In effetti, scavi recenti hanno mostrato che delle popolazioni vi abitavano già nel 1000 a.C. circa. Si trattava di un villaggio di pochi ettari, circondato da paludi, dal quale era possibile controllare il corso del Tevere.

Questo primo agglomerato urbano è la "Roma quadrata", così chiamata dalla forma approssimativamente romboidale della sommità del colle su cui si trovava.

Il più noto sepolcreto scavato alla fine dell' Ottocento nel Foro, con numerose tombe ad incinerazione, servì probabilmente ai due abitati del Palatino (Cermalus e Palatium) dopo che essi si erano fusi a formarne uno solo, che venne recinto da un muro e con una porta chiamata Romulana, dalla quale si scendeva verso il Rumon, denominazione arcaica del fiume, e con un'altra , la Mugonia, forse con riferimento al muggito delle greggi, che si apriva verso il Velia.


sabato 1 giugno 2019

Ottaviano Augusto


Gaio Ottavio, più conosciuto come Ottaviano Augusto, fu il primo imperatore di Roma. Cagionevole di salute, di statura media, poco prestante, era altresì molto bello: biondo, fronte alta, naso importante, occhi che attiravano lo sguardo. Naturalmente le qualità che gli permisero di divenire il padrone assoluto di Roma e di un impero immenso furono altre: un concentrato di astuzia, prudenza, carisma e riservatezza. Gaio Ottavio nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C. da Gaio Ottavio, importante uomo d'affari nonché senatore e discendente della gens Octavia, originaria di Velitrae (odierna Velletri), e da Azia, discendente invece dalla stirpe che, secondo la leggenda, avrebbe fondato Roma, la gens Iulia. Azia infatti era imparentata sia con Giulio Cesare che con Gneo Pompeo Magno, essendo la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo. Il piccolo Ottavio probabilmente nacque a Roma soltanto per caso, nella casa situata sul Palatino che il padre utilizzava in occasione delle riunioni del Senato: la famiglia infatti viveva a Velitrae e lì Ottavio fu allevato. Rimasto orfano all'età di quattro anni, nel 44 a.C. fu adottato per testamento come figlio ed erede dal prozio Giulio Cesare e, secondo la consuetudine, assunse il nomen gentilizio (Iulius) ed il cognomen (Caesar) del padre adottivo, aggiungendovi la denominazione della gens di provenienza aggettivata in -anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano (Gaius Iulius Caesar Octavianus). Evidentemente Giulio Cesare credeva fortemente in questo ragazzo perché, sebbene fosse ancora molto giovane, lo inviò ad Apollonia (nell'attuale Albania), dove era acquartierato l'esercito con il quale si stava preparando a partire per la guerra contro i Parti, per sorvegliarne i preparativi. Fu proprio ad Apollonia che Ottaviano fu informato dell'uccisione del prozio (15 marzo 44 a.C.) ed allora tornò immediatamente a Roma per reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare. Ottaviano, giunto a Roma il 21 maggio, quando gli assassini di Cesare avevano già abbandonato la città grazie ad un'amnistia concessa dal console superstite, Marco Antonio, rivendicò il nome adottivo di Gaio Giulio Cesare, dichiarando pubblicamente di accettare l'eredità del padre: fu per questo motivo che, in occasione dell'udienza nella quale incontrò Antonio, chiese che gli venissero restituiti, almeno in parte, i denari consegnati ad Antonio dalla moglie di Cesare, Calpurnia, subito dopo la morte del dittatore, con i quali si sarebbero dovuti pagare i 300 sesterzi a testa che Cesare aveva lasciato nel suo testamento ai cittadini romani. Antonio non dovette preoccuparsi molto di quel giovinetto che gli comparve di fronte e con indifferenza rispose che non avrebbe potuto soddisfare la sua richiesta perché quelli non erano denari privati ma dell'erario. Ottaviano decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare al popolo le somme, diffondendo ad arte la voce che Antonio gli impediva di entrare in possesso della sua eredità. La sua popolarità crebbe immediatamente, ottenendo inoltre che molti cesariani si schierarono dalla sua parte contro Antonio, suo diretto avversario nella successione politica a Cesare. Quando il Senato approvò la ratifica del testamento, riconoscendo ad Ottaviano lo status di erede legittimo e soprattutto padrone del patrimonio di Giulio Cesare, Ottaviano fu in grado di reclutare un esercito privato di circa 3.000 veterani di Cesare e comprò 2 legioni dell'esercito macedonico del console (la Martia e la IV). L'occasione di scontrarsi con Antonio avvenne quando il Senato inviò i due consoli del 43 a.C., Gaio Vibio Pansa ed Aulo Irzio, a sostegno di Decimo Bruto, uno dei capi dei cesaricidi, assediato da Antonio che voleva impadronirsi delle truppe della Gallia Cisalpina. Il 21 aprile Antonio venne sconfitto nella battaglia di Modena, nella quale rimasero uccisi anche i due consoli, cosicché Ottaviano ne uscì unico vincitore. Tornato a Roma con l'esercito, questi, malgrado la giovane età, si fece eleggere consul suffectus (ossia console in sostituzione) assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la Lex Pedia contro i cesaricidi. In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, che, in fuga, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo Gallo fedele ad Antonio. Dalla sua nuova posizione di forza, divenuto legalmente a capo dello Stato romano, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Ottaviano, Antonio e Lepido organizzarono un incontro nei pressi di Bologna, dal quale nacque un accordo della durata di cinque anni: si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia, con la quale veniva creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "Triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare". Il patto prevedeva la divisione dei territori romani: ad Ottaviano toccarono Sicilia, Sardegna ed Africa, ad Antonio le due Gallie, a Lepido la Spagna e la Narbonense. La decisione più drastica fu quella di eliminare fisicamente gli oppositori di Cesare, che portò alla confisca dei beni ed all'uccisione di un gran numero di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone, che pagò in tal modo le Filippiche rivolte contro Antonio. Nell'ottobre del 42 a.C. Antonio ed Ottaviano, lasciato Lepido al governo di Roma, si scontrarono con i cesaricidi Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino e li sconfissero in due battaglie a Filippi, nella Macedonia orientale: i due anticesariani trovarono la morte suicidandosi. Ottaviano, Antonio e Lepido procedettero ad una nuova spartizione delle province: a Lepido furono lasciate la Numidia e l'Africa proconsolaris, ad Antonio la Gallia, la Transpadania e l'Oriente romano, ad Ottaviano spettarono l'Italia, la Sicilia, l'Iberia, la Sardegna e la Corsica. Al fine di allearsi con Sesto Pompeo, prefetto della flotta romana, Ottaviano sposò Scribonia, parente dello stesso Sesto: da questa donna Ottaviano ebbe la sua unica figlia, Giulia. Nell'estate del 40 a.C. Ottaviano ed Antonio giunsero ad aperte ostilità: Antonio cercò di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere ed i triumviri, pertanto, misero da parte le discordie. Con il trattato di Brindisi (settembre del 40 a.C.) si venne ad una nuova divisione delle province: ad Antonio restò l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia, e l'Acaia (ovvero l'antica Grecia), ad Ottaviano l'Occidente compreso l'Illirico, a Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia; a Sesto Pompeo la Sicilia. Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulva era morta da poco, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo il trattato di Brindisi, Ottaviano ruppe l'alleanza con Sesto Pompeo, ripudiò Scribonia e sposò Livia Drusilla, madre di Tiberio ed in attesa di un secondo figlio. Nel 39 a.C., a Miseno, Ottaviano assegnò a Sesto Pompeo le province di Sardegna e Corsica, fondando la città di Turris Libisonis (odierna Porto Torres) e promettendogli l'Acaia, ottenendo in cambio la ripresa dei rifornimenti a Roma (Pompeo con la sua flotta bloccava infatti le navi provenienti dal Mediterraneo). Nel 38 a.C. Ottaviano accettò di incontrarsi a Brindisi con Antonio e Lepido per rinnovare il patto di alleanza per altri cinque anni. Nel 36 a.C., grazie all'amico e generale Marco Vipsanio Agrippa, Ottaviano riuscì a liberarsi finalmente di Sesto Pompeo, divenuto un alleato scomodo, sconfiggendolo definitivamente presso Mileto, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio. La Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio. A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle ambizioni di Lepido, il quale, aspirando alla Sicilia rimasta libera, ruppe il patto di alleanza e mosse per impossessarsene. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido fu confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di pontifex maximus. Con l'eliminazione graduale di tutti i contendenti nell'arco di 6 anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione vide a questo punto due soli contendenti: Ottaviano in Occidente ed Antonio in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro. Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato e, cosa ben più grave, Antonio ripudiò la sorella di Ottaviano con un affronto per quest'ultimo intollerabile. Il conflitto divenne inevitabile. Mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò nel testamento di Antonio, in cui risultavano le sue decisioni di lasciare i territori orientali di Roma a Cleopatra VII d'Egitto ed ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare. Ottaviano ebbe vita facile ad evidenziare l'atto come un'offesa irreparabile nei confronti di Roma ed a far sì che il Senato dichiarasse guerra a Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C.

sabato 25 maggio 2019

Le Terme di Caracalla


LE TERME DI CARACALLA

Le "Thermae Antoninianae", note come TERME DI CARACALLA, sono uno dei più grandi e meglio conservati complessi termali dell’antichità. Costruite nella parte Meridionale di ROMA per iniziativa dell' IMPERATORE CARACALLA che inaugurò l'edifico centrale nel 216 d.C.

DOVE SORGEVANO LE TERME DI CARACALLA

Queste terme dovevano essere usate principalmente dai residenti della I, II e XII regione augustea, cioè di tutta quell'area della città di Roma compresa tra il Celio, l'Aventino e il Circo Massimo, in un'area adiacente al tratto iniziale della via Appia, a circa 400 m al di fuori dell'antica porta Capena e poco a sud del venerato bosco delle Camene.

Il Complesso dovevano essere delle nuove terme rispetto a quelle di Adriano, tanto che queste vennero usate come esempio di "terme imperiali ". Quelle di Carcalla sono simili a quelle di Traiano, cioè presentano un vasto recinto quadrangolare adibito a servizi vari, e racchiude un giardino, un corpo centrale contenente gli spogliatoi, le sale da bagno e le palestre; solo che il tutto doveva essere più grande e imponetene rispetto a quelle adrianee.

E così che le Terme di Caracalla divennero le più imponenti mai edificate nell'Impero romano fino all'inaugurazione delle terme di Diocleziano nel 306.

Va detto che le Terme di Caracalla continuarono a svolgere la loro attività per molti anni, dopo i lavori di restauro voluti da altri imperatori come Aureliano, Diocleziano, Teodosio e in ultimo dal re goto Teoderico (493-526). Polemio Silvio, nel V secolo, le citava come una delle sette meraviglie di Roma, famose per la ricchezza della loro decorazione e delle opere che le abbellivano. Durante la guerra gotica (535-553), in seguito al taglio degli acquedotti ad opera di Vitige, re dei Goti, dal 537 le terme cessarono di funzionare.

CARACALLA E LA LORO COSTRUZIONE

Secondo un'ipotesi, criticata, la costruzione del complesso fu avviata nel 206 da Settimio Severo, capostipite della dinastia dei Severi; le terme furono inaugurate però nel 216 da suo figlio Caracalla, salito al trono nel 211, senza che i lavori fossero del tutto ultimati: i successori Eliogabalo (218-222) ed Alessandro Severo (222-235) si interessarono alla costruzione e decorazione del recinto esterno dell'edificio.

Per l'approvvigionamento idrico delle terme nel 212 fu creata una diramazione dell'Acqua Marcia, chiamata aqua Antoniniana, che valicava la via Appia appoggiandosi sul preesistente arco di Druso. Per la realizzazione del complesso fu necessario abbattere gli edifici preesistenti e sbancare un ampio settore della collina, colmando con la terra di risulta il lato opposto fronteggiante la via Appia. L'accesso al grandioso complesso fu garantito dalla via Nova.

ENTRIAMO NELLE TERME

La pianta rettangolare è tipica delle “grandi terme imperiali”. Le terme non erano solo un edificio per il bagno, lo sport e la cura del corpo, ma anche un luogo per il passeggio e lo studio.

Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull'asse centrale si possono osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio; ai lati di questo asse sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti.

Per le Terme di Caracalla è stato possibile ricostruire, sia pure in parte, le decorazioni originarie. Le fonti scritte parlano di enormi colonne di marmo, pavimentazione in marmi colorati orientali, mosaici di pasta vitrea e marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue e gruppi colossali, sia nelle nicchie delle pareti degli ambienti, sia nelle sale più importanti e nei giardini.

TERME DI CARACALLA E LA loro STORIA DOPO L'IMPERO

Abbandonato e riutilizzato a varie riprese anche a fini abitativi  per esempio la parte centrale fu utilizzata come xenodochio, mentre l'area circostante fu usata come cimitero per inumazioni,  l'intero complesso venne infine sfruttato come zona agricola, vigneto in particolare.

Dal VI secolo i suoi marmi e statue vennero prese per abbellire altri edifici come Il duomo di Pisa, la basilica di Santa Maria in Trastevere ( che contengono, ad esempio, strutture architettoniche prelevate dall'area termale).

Con gli scavi del XVI secolo voluti da papa Paolo III si rinvennero delle  statue sopravvissute all'abbandono medioevale.  Molte di queste opere trovate entrarono nella collezione Farnese, altre, per vicende ereditarie e dinastiche, andarono a Napoli come la scultura del "Toro Farnese" ora al Museo archeologico nazionale di Napoli. L'ultima colonna intera venne rimossa nel 1563 per essere donata da papa Pio IV al primo granduca di Toscana Cosimo I de' Medici, che la fece collocare al centro di piazza Santa Trinità a Firenze dove divenne la colonna della Giustizia.

Anche nel XIX secolo furono condotti nel sito numerosi scavi. Nel 1901 e nel 1912 furono liberati i sotterranei, lavoro che continuò nel 1938, quando si scoprì il Mitreo, il più grande esempio conosciuto a Roma.







lunedì 20 maggio 2019

Gli onori a Germanico e la tabula Tifernas Tiberina


Nel 1966, lungo gli argini del Tevere nei pressi di Città di Castello – splendida cittadina dell’Umbria – venne rinvenuta una tavola in bronzo di notevoli dimensioni in cui si parlava di un arco marmoreo da erigere a Roma, nel Circo Flaminio, e da dedicare alla memoria di Germanico Cesare, morto ad Antiochia il 10 ottobre del 19 d.C.

GLI ONORI A GERMANICO NELLA TABULA TIFERNAS TIBERINA
Il reperto non ebbe grossa considerazione, finché la dott.ssa Mafalda Cipollone non la riscoprì all’interno dei depositi del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria – verificandone la sovrapponibilità con la Tabula Siarensis, altra eprigrafe recuperata nel 1982 in due frammenti provenienti dal sito dell’antica Siarum, colonia romana a 15 km da Utrera,nella provincia di Siviglia, e recante le disposizioni votate dal Senato di Roma nel 19 d.C. a proposito degli onori funebri da tributare a Germanico.

Dei tributi a Germanico ci parla anche Tacito nel secondo libro degli Annales, al capitolo 83 e ne sono testimoni altre epigrafi, di seguito la parte interessante degli onori, direttamente dalla traduzione della dott.ssa Cipollone.

..Si decise di erigere un arco marmoreo nel Circo Flaminio a spese [pubbliche] e un accesso al luogo in cui statue al Divo Augusto e alla domus Augusta furono [dedicate] da Caio Norbano Flacco, con le immagini delle genti sconfitte, e che sulla facciata di questo arco si scri-vesse: “Il Senato e il popolo Romano [costruirono] questo monumento alla memoria di Germanico Cesare, il quale, vinti in guerra i Germani e respintili [poi?] dalla Gallia, e recuperate leinsegne militari e vendicato l’[ignobile] inganno dell’esercito del popolo Romano, regolato lostato delle Gallie, mandato come proconsole nelle province transmarine [d’Asia?], a formare quelle e i regni di quella regione su incarico di Tiberio Cesare Augusto, [sottomesso] il re del-l’Armenia, non risparmiando la sua fatica prima di entrare trionfante nell’Urbe per decreto del Senato, era morto per lo Stato”; e che sopra questo arco si collocasse la statua di Germanico[Cesare] sul carro trionfale e ai suoi lati le statue di D[ruso Germanico, suo padre] naturale, fra-tello di Tiberio Cesare Augusto, e di sua madre Antonia [e della moglie Agrippina e di Li]via,sua sorella, e di Tiberio Germanico, suo fratello, e dei [suoi figli e figlie]..
Tabula Tifernas Tiberina

24-25 MAGGIO, MAFALDA CIPOLLONE AL CONVEGNO INTERNAZIONALE SU GERMANICO CESARE
Venerdì 24 maggio, alle ore 11.30 presso il Museo Archeologico di Amelia, la dottoressa Mafalda Cipollone presenterà “Germanico è morto, viva Germanico: gli onori funebri a Germanico alla luce della Tabula Tifernas Tiberina”.

Oltre alla dott.ssa Cipollone, tantissimi studiosi si incontreranno il 24 e 25 maggio presso il Museo Archeologico di Amelia per un Programma complessivo che tratterà della figura del condottiero e della statua bronzea di Amelia.




Fonte:

http://www.bimillenariogermanico.it/2019/05/03/gli-onori-a-germanico-e-la-tabula-tifernas-tiberina/

sabato 18 maggio 2019

Augusto manda Caligola dal padre Germanico


Accadde oggi:
- il 18 maggio del 14 d.C. il piccolo Caligola venne inviato da Augusto al padre Giulio Cesare Germanico che si trovava a guidare l'esercito nei territori settentrionali dell'impero.
L'episodio è testimoniato da una lettera scritta dallo stesso Augusto pochi mesi prima di morire, indirizzata ad Agrippina Maggiore, madre di Caligola e moglie di Germanico. Il testo della lettera è riportato da Svetonio durante la discussione riguardo i natali del futuro imperatore (Caligola, 8):
"Esiste anche una lettera che Augusto indirizzò alla nipote Agrippina pochi mesi prima di morire, e che concerne questo Caio [Caligola], poiché allora soltanto lui era sopravvissuto, dei bambini di quel nome; la lettera dice così: "Agli dei piacendo, Talario e Asillio accompagneranno il 18 maggio [XV Kal. Iun.] il piccolo Caio. Ieri mi sono messo d'accordo con loro. Manderò con lui inoltre un mio medico personale, e ho scritto a Germanico di tenerlo pure con sé, se lo desidera. Tu Agrippina mia, sta' bene e cerca di arrivare dal tuo Germanico in buona salute." Questa è un'altra prova che Caio non poté nascere in Germania, ma che vi fu portato all'età di quasi due anni da Roma."
Questa lettera, documento ufficiale scritto dalla mano di Augusto, viene usata da Svetonio per provare che il piccolo Caligola venne portato in Germania, dove era il padre, nel 14 d.C. "all'età di quasi due anni" (era infatti nato nel 12 ad Anzio) e che quindi non poteva essere nato in quei luoghi come ritenevano altri autori.
La lettera di Augusto inoltre ci fornisce la prova di un tenero rapporto tra Augusto e la famiglia di Germanico, che fa riunire tramite il suo intervento. L'affetto era soprattutto con la nipote Agrippina, figlia del suo fidato Marco Agrippa e della sua cara, e problematica, figlia Giulia. Inoltre il marito di Agrippina, Giulio Cesare Germanico, era il nipote di Livia (moglie di Augusto), figlio di Druso Maggiore (fratello dell'imperatore Tiberio) e di Antonia Minore (nipote di Augusto nata dalla sorella Ottavia e da Marco Antonio).
Da questo complicato intreccio di parentele nacque dunque Caio Cesare che, come testimoniato dalla lettera di Augusto, e per volere dello stesso imperatore, crescerà tra i ranghi dell'esercito comandato dal padre Germanico, dove inizierà fin da piccolo ad indossare i vestiti e le calzature tipiche dei legionari (caligae), da cui prenderà poi il soprannome Caligola. L'eredità del padre Germanico, uno dei personaggi più amati della famiglia imperiale di Augusto, per il suo valore e il suo carattere affabile, sarà fondamentale per l'ascesa al trono di Caligola, che verrà appoggiato con favore dall'esercito e dal popolo romano proprio in quanto figlio di Germanico.
Una volta imperatore basterà poco tempo per far cambiare idea a tutti, infatti dopo quattro anni di impero (37-41) Caligola verrà assassinato in una congiura dai Pretoriani e condannato dal Senato alla damnatio memoriae. Non sempre i figli sono uguali ai padri.

Gabriele Romano

(nella foto: la famiglia di Giulio Cesare Germanico:
a sinistra ritratto di Germanico, I secolo d.C., Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, Roma;
a destra ritratto della moglie Agrippina Maggiore, I secolo d.C., Musei Capitolini, Roma;
al centro ritratto del figlio Caio Cesare detto Caligola, con tracce di colore, I secolo d.C., Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen.)

Fonte: http://www.honosetvirtus.roma.it/